Dennj è la moda sostenibile

Il collegamento all’arte, Dennj nasce nel 1988 nella provincia emiliana,una realtà composta da poche anime.Dopo alcune esperienze nei settori più disperati incontra la vocazione definitiva nell’atelier di una stilista di paese conosciuta un po’ per gioco durante le pause pranzo dal lavoro ufficiale (al tempo era responsabile di una piccola boutique multibrand).
Con lei riscopre i ritmi lenti ed impara sul campo la precisione sartoriale, che fa rima con unicità. Inizia tutto con una capsule di t-shirts, poi il sogno si dilata.

Le creazioni rispecchiano il suo occhio cosmopolita e la fortuna di poter viaggiare spesso
Grazie a una breve, ma necessaria parentesi in una fashion school di Milano,comincia ad apprendere il linguaggio della moda e a conoscere i meccanismi del settore.
Con questo valore aggiunto, presto ritorna al suo personale campo di prova quotidiano: le sue macchine da cucire. Qui disegna, sperimenta, tenta, immagina e realizza, acquisisce manualità. Un esercizio di stile che non trascura nemmeno per un giorno.

Quali sono le motrici che collegano il brand ?

Due sono le idee motrici alla base del brand Dennj: moda sostenibile e moda multifunzionale. Entrambe sono tenute in pari considerazione in ogni momento del processo creativo.

E’ un modo per eternare emozioni il creare?

Sicuramente è il mio principale tramite con il mondo che mi circonda, non essendo per niente bravo con le parole.

Pensi che le tue creazioni riprendano la tua personalità ?

Mi trovo spesso a dover giustificare come mai io non voglia inquadrarmi all’interno degli standard canonici della moda, come mai io non voglia presentare le classiche collezioni autunno-inverno e primavera-estate, preferendo invece lavorare in drops, come mai alcune miei capi dichiarati come invernali siano in realtà così leggeri da essere estivi… Io sono proprio questo, sono volatile, sognatore, se ho un’idea, la creo quasi immediatamente, di getto. Non sto lì a pensare a come definirla, dove inserirla, che cornice darle. Lavoro d’impulso. È un lavoro estremamente personale.

Quanto è importante per la sostenibilità cercare sempre qualcosa di innovativo?

Il mio concetto di moda sostenibile si estrinseca nel non acquistare nessun materiale di nuova produzione, ma di ereditare tutti i tessuti da precedenti capi vintage, da tessuti di arredamento, da tesori da flea markets e da donazioni private. L’ideazione stessa di un capo si deve confrontare necessariamente con il tessuto a disposizione, la sua selezione rappresenta sì un gesto di salvaguardia per il pianeta, ma anche un’eccezionale palestra di stile e di tecnica sartoriale, perché l’assemblaggio deve tener conto in primis dell’estetica, ma anche della destinazione futura del capo e del suo eventuale smaltimento. È un apprendimento continuo, uno scervellarsi che non può fare che bene!


Nei capi firmati Dennj si nota un mix di culture, cosa cerchi di rappresentare?

Mi piace allenare un occhio cosmopolita, che ha ammirato la sgargiante bellezza iberica, la svelta risolutezza atlantica, dall’Islanda al Portogallo, la dorata placidità berbera, le vertigini andine, i turchesi caraibici e le misteriosità indocinesi. Da questi viaggi traggo le mie forme, voluttuose, concentriche, esatte. Linee aeree, volatili, fatte di organze e tessuti naturali, che si stratificano con strutture dal rigore giapponese. Perché per me stratificazione è multifunzionalità e la multifunzionalità è cruciale. Multifunzionalità significa versatilità del capo, multi-layering e multi-purposing. Integrazione della mia creazione nell’armadio della cliente. Multifunzionalità è un modo ulteriore di essere sostenibili.

La produttività pensi ti abbia aiutato a tenere costanza?

Penso di non essermi mai fermato dal 2017, quando ho messo le mani sui primi scampoli. Anche le vacanze sono un momento creativo, infatti non mi separo mai dal mio sketchbook. Non sono però d’accordo con la corsa all’iperproduzione che ha caratterizzato la moda dagli anni ’80 in poi, gli obblighi di presentare troppe collezioni ogni anno. Questo modello produttivo porta all’inaridimento creativo, è un processo utile solo alle grandi logiche di mercato, di cui non so e non voglio sapere quasi nulla. La mia ricerca è continua, ma con i miei tempi.