La magia che si cela dietro a una composizione perfetta

La storia di Nicola Magnabosco è una di quelle che vanno raccontate attentamente, dove i dettagli fanno la differenza e dove la passione supera le ambizioni.

Nicola come nasce la tua passione ?

La passione per il ciclismo è nata nel 2008,da un compagno di classe alle scuole medie,al tempo ero esordiente primo anno e da lì è iniziato tutto. Ho corso fino al terzo anno under23 poi ho capito che non ne valeva più la pena. Ho lavora un breve periodo in Decathlon a Bassano del Grappa poi nel 2018 un mio amico mi ha chiesto se ero libero per andare come meccanico per il team friuli al giro della valle d’Aosta e da li è iniziato tutto. Sono rimasto con loro fino a metà 2019 per poi passare in Valcar.


E poi in Valcar ?

Per me arrivare in quella squadra voleva dire fare uno step ulteriore a livello di esperienza. Partecipare a corse come il Giro delle Fiandre, piuttosto che una Liegi è sempre una bella esperienza oltre che un’emozione.
Sono stati 2 anni e mezzo veramente intensi ed emozionanti,in cui mi sono sentito parte di una famiglia dove sono maturato molto come persona e come meccanico. L’emozione più bella però l’ho vissuta da spettatore ai scorsi mondiali.

Il mondiale e Elisa, che emozione è stata ?

Sapevo che elisa poteva fare bene e sono andato su a vedere la corsa. Quando ha vinto non nascondo che qualche lacrica è scesa. Una settimana dopo avere in squadra la campionessa del mondo alla prima edizione della Parigi-Roubaix femminile è stato qualcosa di molto speciale, soprattutto per una squadra tutto sommato piccola come la valcar.
Il cerchio con Elisa si è chiuso nella sua ultima gara in maglia valcar,da campionessa del mondo,con la sua vitttoria al womens tour ad Ottobre. Le ultime gare in Valcar ho cercato di godermi ogni momento con quel bellissimo gruppo.

Ma poi, nel 2022 il passaggio a Eolo, te l’ho aspettavi ?

Il passaggio in Eolo è un ulteriore step,a livello professionale.
La prima volta in cui ho parlato con Ivan (basso) faticavo a crederci, perché quando ero più piccolo lui era il mio idolo, tant’è che in camera ho un suo poster autografato.
Poter lavorare con personaggi come Sean Yates,ds con cui wiggins ha vinto il tour del 2012, piuttosto di stefano zanatta,uno dei migliori in assoluto,per me è motivo di grande orgoglio ma anche di responsabilità. Cerco sempre di fare il mio, senza pestare i piedi a nessuno e a volte preferisco restare dietro le quinte.

Cosa ti rende fiero ?

È un lavoro in cui si è spesso via di casa, ma non per questo si riesce sempre a visitare i luoghi dove si va. Spesso si vedono solo autostrade,hotel e bici. Si riesce comunque a farsi un’idea di come vivono in altri paesi,come per esempio in Belgio dove il ciclismo è una religione.
È difficile affrontare il tema del razzismo nel mondo del ciclismo perché tutto sommato è uno sport prevałentemente Europeo,anche se penso che rispetto ad altri sport ci sarebbero meno prolemi perché la gente che segue ciclismo e gli atleti stessi,crescono con dei valori in cui il rispetto per tutti è una priorità.
Per me essere meccanico in una squadra professionistica,a 26 anni,vuol dire fare qualcosa che se me lo avessero detto quando ero più giovane non c’avrei creduto. È un piccolo sogno che si è realizzato,facendo sempre il mio,portando rispetto ai colleghi più grandi, più esperti e cercando di imparare il più possibile da loro. La strada è ancora lunga,ma quando si ama un lavoro ,nulla pesa.